Cento anni di Franco Basaglia e la trasformazione della visione della salute mentale

“E mi no firmo”. Inizia così una rivoluzione: con tre semplici parole dette con cantilena veneziana a Gorizia, periferia estrema della Repubblica a due passi dalla cortina di ferro, quando dall’altra parte del confine c’era ancora la Jugoslavia.

Sono i primi anni Sessanta, e chi pronuncia queste parole è Franco Basaglia, psichiatra veneziano formatosi a Padova, dove l’avevano soprannominato “il filosofo”. E non era certo un complimento quello che gli facevano. Le pronuncia davanti all’elenco delle restrizioni notturne – la lista dai pazienti del suo ospedale che nel corso della notte erano stati legati al letto perché troppo nervosi. Perché troppo matti.

Che poi “matto” in quel periodo vuol dire un sacco di cose, molto diverse tra di loro e tuttavia trattate alla stessa maniera: internamento, allontanamento dalla società e perdita dei diritti civili. A cui si aggiungono una lunga serie di trattamenti medici coercitivi e violenti: elettroshock, coma ipoglicemico indotto con l’insulina, il già citato contenimento, e moltissime altre pratiche che oggi ci scandalizzano ma che all’epoca erano considerate perfettamente normali. E utili.

Franco Basaglia contesta questo modello, nato per escludere i non produttivi e giustificato con il bisogno di sicurezza per la società e per i “matti” stessi. Non nega la possibilità che alcuni pazienti possano essere violenti e persino pericolosi. Non rifiuta la necessità di un trattamento specialistico – e non speciale – né tantomeno quella di ricorrere ai farmaci per contenere gli stati di maggiore agitazione. Tuttavia, lui non firma.

Ci vorranno anni prima che il suo sogno diventi realtà. Dovrà passare per Colorno e abbattere i muri di Trieste, ma il 13 maggio 1978 vede la luce la legge 180, la “legge Basaglia” che chiude i manicomi e apre i centri di salute mentale territoriali. Pochi mesi dopo Basaglia viene a mancare, stroncato da un tumore cerebrale.

Di lui rimane la sua scomoda eredità culturale e la legge che ha rivoluzionato il trattamento della salute mentale in Italia e nel mondo. Di lui rimane la consapevolezza che la malattia non può essere trattata attraverso la segregazione e la privazione dei diritti civili, ma con l’inclusione e la dignità – che passano anche attraverso il lavoro.

È grazie al pensiero di Basaglia che sono nate le prime cooperative sociali, che hanno restituito dignità di lavoratori, e quindi di cittadini, a centinaia di persone; é grazie al suo lavoro che, lentamente e non senza difficoltà, il tema della salute mentale è diventato sempre più centrale nelle organizzazioni. A partire dai lavoratori più giovani, particolarmente sensibili all’importanza del wellbeing e con un sistema di valori differente da quello delle generazioni precedenti, il benessere psicologico, la prevenzione del burn out e degli stati di ansia e depressione sono passati prima nella valutazione della sicurezza e poi in quella della qualità del luogo di lavoro. E da questa nuova consapevolezza iniziano anche i percorsi di inclusione socio-lavorativa di soggetti fragili ma anche l’attrazione e la fidelizzazione dei talenti, che si sentono valorizzati e accolti nelle proprie diversità.

Noi di Mylia stiamo accompagnando i nostri partner nei percorsi di formazione  per il superamento degli stereotipi legati alla salute mentale e nella diffusione di percorsi di wellbeing, supportandoli nella piena attuazione delle normative sull’inserimento lavorativo- in primis la legge 68/99 –  convinti come siamo che per preparare il futuro è fondamentale agire in maniera inclusiva e professionale

Video: Sergio Zavoli intervista Franco Basaglia – I giardini di Abele (1968)

Stefano Andrian, Training Project Manager, Mylia

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